Ecomafia 2015. Focus sulla corruzione

ecomafia-2015-coverIl 2015 è l’anno della legge n. 68 del 22 maggio, una sigla che abbiamo già imparato a memoria, che introduce finalmente nel codice penale uno specifico Titolo (VI-bis) dedicato ai delitti contro l’ambiente. È con quest’urlo di gioia che apriamo questa edizione del rapporto. Una gioia che ci appartiene particolarmente, avendo giocato un ruolo di primo piano nell’accompagnare l’intero iter parlamentare, non privo di ostacoli, sempre nell’interesse della collettività.

Una gioia immensa per una legge che riteniamo fondamentale, tanto attesa, che le pagine che seguono confermano essere quanto mai utile al Paese. Il 2015 diventa così uno spartiacque. L’anno in cui gli ecocriminali sono davvero messi al bando, costretti a pagare – anche economicamente – per i danni inferti agli ecosistemi e alla comunità. In una spregevole e quanto mai pericolosa logica costi-benefici, i primi potrebbe superare i secondi, quindi scoraggiare davvero la consumazione degli ecocrimini e allo stesso tempo incentivare i circuiti legali. Speriamo così di poter raccontare sin dal prossimo rapporto un’Italia diversa, dopo troppi anni di impunità e ingiustizia ambientale.

> Green corruption. Expo e non solo (il video)

Intanto il 2014 si è chiuso con l’ennesimo e mesto bilancio di reati commessi e accertati in campo ambientale, 29.293, circa 80 al giorno, poco meno di 4 ogni ora. Un numero che assomiglia in maniera impressionante a quello dell’anno precedente (quando erano stati 29.274), confermando un trend che oscilla da diversi anni intorno ai 30mila ecoreati l’anno. Un’aggressione a tappeto dei beni ambientali che ha gonfiato i forzieri di ecomafiosi ed ecocriminali con altri 22 miliardi di euro, 7 in più rispetto all’anno precedente. La spinta così in alto è dovuta principalmente al fatturato illegale del settore agroalimentare, che tra sequestri e finanziamenti illeciti intercettati dalle forze dell’ordine ha superato i 4,3 miliardi (l’anno prima era intorno ai 500 milioni): un vero boom che dimostra un’azione investigativa particolarmente mirata (lo dicono i numeri sui controlli, che nel 2014 sono stati più di 8mila), soprattutto sul fronte della percezione illecita di contributi pubblici (principalmente europei) destinati all’agricoltura (quantificati in quasi 683 milioni di euro, l’anno prima di “appena” 28 milioni).
Cresce l’incidenza criminale nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Puglia, Sicilia Campania e Calabria), che continuano a mantenere le prime quattro posizioni in classifica: qui si è registrato più della metà del numero complessivo di infrazioni, ben 14.736. In controtendenza rispetto agli altri anni il calo dei reati in Campania, misurabile nell’ordine del 21% circa, in particolare nella provincia di Napoli, dove la riduzione è stata del 36%. Un dato forse spiegabile con l’attenzione particolare che si è concentrata su questa regione, con la moltiplicazione delle emergenze ambientali e sanitarie che ha portato all’emanazione del Decreto Terra dei fuochi. Il Lazio, al quinto posto, si conferma la regione del Centro con più ecoreati, seguita a stretto giro da Sardegna e Toscana, mentre la Liguria è la più colpita tra le regioni del Nord.
La Puglia quest’anno è la regione dei record, con il 15,4% dei reati accertati (4.499), cui si sommano 4.159 denunce e 5 arresti. Numeri che sintetizzano il capillare lavoro di monitoraggio e controllo svolto in tutta la regione dalle forze dell’ordine (in particolare da Carabinieri, Guardia di finanza e Corpo forestale dello Stato), coordinate operativamente da diversi anni grazie a un Accordo Quadro promosso dalla Regione. In linea col dato regionale, la provincia di Bari risulta essere la più colpita d’Italia per numero complessivo di infrazioni, 2.519.

Il ciclo dei rifiuti è quello che ha registrato la più alta percentuale di crescita del numero di reati, con un’impennata del 26% (in valore assoluto sono stati 7.244). Sulla stessa linea, il 2014 è stato anche l’anno con il più alto numero di inchieste di traffico organizzato di rifiuti ex art. 260 Dlgs 152/2006, ben 35 (con 108 persone arrestate e 2.228 denunciate). Numeri che fanno salire il bilancio complessivo delle indagini di questo tipo, dal 2002 (anno di prima applicazione) a oggi, a quota 285. Impressionante anche il quantitativo di rifiuti sequestrati in questo ultimo anno e mezzo (da gennaio 2014 a maggio 2015): in appena 16 inchieste ex art. 260 (mancando il dato per le altre) sono stati bloccati da provvedimenti giudiziari più di tre milioni di tonnellate di veleni.
Giusto per avere un’immagine evocativa di questa mole di scarti trafficata illegalmente, basti pensare che per trasportarla occorrerebbero più di 125mila tir, che messi in fila farebbero una strada che da Trapani arriva
fino ad Aosta. Quantitativi di rifiuti che varcano sempre più spesso, illegalmente, anche i nostri confini, diretti dove le holding criminali pianificano soprattutto finte o posticce attività di riciclo: nell’ultimo anno doganieri e forze dell’ordine hanno intercettato lungo le nostre banchine circa 1.500 tonnellate destinate illegalmente all’estero. In netto calo rispetto al 2013, in parte giustificato dall’inasprimento (e miglioramento) dei controlli intrapresi da doganieri e forze dell’ordine in questi ultimi anni, che sta deviano in maniera massiccia i flussi verso i porti di altri Paesi, sicuramente meno scrupolosi nell’intercettare l’ago nel pagliaio della globalizzazione. Va letta sotto questa luce, secondo gli investigatori, l’analogia tra il calo del 63% dei movimenti transfrontalieri, legali, di cascami e avanzi di materie (categorie merceologiche ad alto rischio di nascondere i traffici illeciti di rifiuti) con il correlativo crollo dei quantitativi di rifiuti sequestrati, pari a circa il 65%. Serve pure aggiungere che la gestione dei rifiuti serve anche per riciclare denaro sporco, come denunciano soprattutto finanzieri e magistrati antimafia, e per mettere in piedi truffe erariali (attraverso la sistematica elusione dell’Iva sui trattamenti) grazie a società di scopo (altrimenti dette “cartiere”), pronte a emettere fatture false per operazioni inesistenti.
Crescono anche i reati accertati nel settore del cemento, 5.750 (+4,3%), mentre la Campania si conferma regione con il più alto tasso di illegalità, seguita da Calabria, Puglia e Lazio. A questi dati vanno aggiunte le stime sull’abusivismo edilizio elaborate dall’Istituto di ricerca Cresme Consulting, che nel 2014 sarebbe quantificabile in circa 18mila nuove costruzioni fuori legge, circa il 16% del nuovo costruito, con un giro d’affari che supera abbondantemente il miliardo di euro. A fronte del calo generalizzato delle nuove abitazioni (scese nel 2014 sotto la soglia delle 100 mila unità), fanno notare dal Cresme, la percentuale dell’abusivismo è la più alta dell’ultimo decennio. Va da sé che il consumo di suolo non è una prerogativa dei cantieri fuori legge, ma sempre più spesso di speculazioni edilizie che almeno formalmente rispettano i requisiti di legalità, anche se le motivazioni andrebbero trovate più negli interessi economici privati che in quelli pubblici e di salvaguardia dei territori.
Nel settore agroalimentare, invece, il calo in senso assoluto del numero di reati, dai 9.540 del 2013 ai 7.846 del 2014 (-16%), è compensato dall’aumento vertiginoso del volume d’affari illegale. Piccole flessioni anche nell’illegalità consumata nei confronti della fauna e negli incendi, anche se in quest’ultimo è da sottolineare l’aumento spropositato delle superficie boschive finite in fumo, che dai 4,7mila ettari del 2013 arrivano ai 22,4 dello scorso anno, 4 volte tanto.

In questa edizione abbiamo deciso di cambiare veste, puntando su un’analisi che puntasse a intercettare le dinamiche più profonde e insidiose nei vari aspetti ecocriminali. Concentrandoci soprattutto sul tema della corruzione, il potente collante che mette insieme tutto, insieme alle immancabili mafie.SlideCorruzione
Usando questa lente, l’assalto ambientale appare in tutta la sua forza devastatrice, sia degli ecosistemi che dello stesso tessuto sociale. Consentendoci di focalizzare le strategie profonde, piuttosto che i singoli casi giudiziari. Con la corruzione tutto si mischia e si intreccia, così anche noi abbiamo provato a seguirne le tracce in tutte le sue declinazioni. E anche sotto questa luce, clan e faccendieri, ma anche imprenditori spavaldi e funzionari infedeli, colletti bianchi e professionisti a busta paga continuano a essere i veri protagonisti in negativo di queste pagine.
La corruzione in campo ambientale è senza dubbio la vera cifra di un agire criminale che si muove in maniera felpata ma decisa tra uffici pubblici e sedi di società private, addomesticando le leggi, e, se serve, violandole apertamente per raggiungere i propri interessi. La corruzione moltiplica le occasione per l’esercito degli ecocriminali, apre altri spazi, altre frontiere. Lo schema è sempre lo stesso, anche se cambia il campo d’azione: se le leggi a tutela dell’ambiente frenano progetti troppo ambiziosi o pratiche dichiaratamente fuori legge, l’ingresso della corruzione serve a ovviare a questi intoppi, dando libro sfogo alle logiche criminali. L’ingranaggio da oliare è la grande macchina burocratica pubblica, quella che per definizione dovrebbe sovrintendere agli interessi collettivi.
Gli appalti pubblici, infatti, con le ingenti risorse pubbliche messe a disposizione, sono i campi d’azione prediletti dove si scatenano gli appetiti. Soprattutto per le grandi opere infrastrutturali, dove il meccanismo tracciato dalla tristemente nota “Legge obiettivo” ha aperto ancora di più le maglie della corruzione, creando una pericolosissima commistione tra controllore e controllato, oltre a chiudere la bocca alle comunità locali, sistematicamente bypassate dagli inderogabili e prioritari interessi nazionali. In ballo c’è una spesa pubblica che solo nel 2011 (fonte Presidenza Consiglio dei Ministri) ha raggiunto la quota di 106 miliardi di euro, più o meno l’8% del Pil. Al Nord come al Sud, passando dal Centro, il lavoro investigativo mostra questi meccanismi corruttivi con impietosa chiarezza. Sull’onda di uno scandalo dietro l’altro la gravità che la corruzione ha raggiunto nel nostro Paese è diventata un fatto acclarato in ogni settore, tanto da spingere Parlamento e Governo a urgenti provvedimenti legislativi.

Proprio in chiusura di questo lavoro (maggio 2015), infatti, è stato approvato definitivamente dalla Camera il disegno di legge n. 19 “In materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio”. Disegno che porta la prima firma del presidente del Senato Pietro Grasso. Una legge per correre ai ripari, è stato detto, che introduce alcuni elementi di novità: intanto, l’inasprimento delle pene per i principali reati contro la Pubblica Amministrazione ma anche sconti di pena per pentiti e collaboratori, oltre a reintrodurre il delitto di falso in bilancio (che obbliga i condannati a restituire il maltolto) e a rinforzare i poteri dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione). Sale poi fino a 5 anni il divieto di fare contratti con la pubblica amministrazione per chi è condannato per un reato di corruzione. E ancora: chi fa parte di un’associazione di stampo mafioso è punito con la reclusione da 10 a 15 anni (prima la pena andava dai 7 ai 12 anni). Da sottolineare, pure, che in caso di corruzione per l’esercizio della funzione in atti giudiziari, induzione indebita, concussione e peculato, il patteggiamento sarà condizionato alla restituzione del prezzo o del profitto del reato. Inoltre, il pubblico ministero che procede per corruzione, concussione, ma anche turbata libertà dell’asta pubblica e traffico di influenze, dovrà tenere informato anche il presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione. Carica, quest’ultima, che dal 27marzo 2014 è ricoperta da Raffaele Cantone, con un passato da magistrato della Dda di Napoli, che ospitiamo per la prima volta in questo lavoro con una sua intervista. Appena nominato dal governo, ha dato nuovo impulso a questa struttura prevista con lo specifico compito di mettere un freno alla corruzione, così come stabilito dalla stessa legge 190 del 2012, che ha puntato molto (su incipit dell’Unione europea) sulla prevenzione. Non sono mancati interventi diretti di Cantone su appalti poco trasparenti o chiaramente inficiati dalla presenza, più o meno diretta, di imprese in odor di mafia. Un caso su tutti quanto è successo (e raccontato dalla pagine di questo rapporto) sulla bonifica della discarica Resit, uno dei totem dell’ecomafia campana.

L’interesse pubblico è costantemente minacciato da queste reti criminali. Sono i professionisti dell’ecomafia la carta vincente per il business nei vari settori ambientali. Sono coloro che abbiamo definito in questo rapporto “quel variegato sottobosco del sistema imprenditoriale italiano” che ha sistematicamente inquinato il territorio, truffando, evadendo il fisco, mettendo in crisi le aziende sane. Il loro rapporto con le mafie è stretto, ma non onnipresente. Dal trafficante di rifiuti all’imprenditore edile, dall’uomo dei supermarket al politico eletto con i voti dei clan, dal funzionario pubblico corrotto all’esperto, dallo sviluppatore nel settore eolico al truffatore agroalimentare, per finire con il contrabbandiere di cuccioli e con il mercante di archeomafia. Figure professionali e incarichi pubblici che si incontrano nella terra del compromesso criminale, scambiando competenze e conoscenze per aggirare le regole e violentare un altro pezzo di Paese, di bellezza, di civiltà.
Quello che raccontiamo nelle pagine che seguono non è che il nostro ultimo viaggio nell’universo del crimine ambientale, che anche questa volta riflette l’immagine di un Paese troppe volte messo all’angolo, costretto in logiche criminogene e in piani d’assalto propriamente criminali. Ma riflette anche l’immagine di Paese capace di reagire a questi assalti, di saperne intercettare le dinamiche più profonde, sapendo costruire risposte efficaci. Il successo avuto con l’approvazione della legge sugli ecoreati è l’esempio fulgido di come si possano ottenere risultati concreti grazie al ruolo delle associazioni e della cosiddetta società civile, cioè quando si lavora insieme, convintamente, avendo le idee chiare e l’interesse del Paese quale unico orizzonte. Non è un racconto solamente di sconfitte, insomma. Ma, visto sotto altra luce, anche di piccole e grandi vittorie che si ottengono parallelamente al lavoro delle forze dell’ordine. Il vero antidoto all’ecomafia e al sistema di corruzione non è semplicemente un migliore sistema di repressione, ma prima di tutto una società più consapevole, aperta, vigile e giusta, che crede fermamente nel valore delle regole e della legalità, e per queste “combatte”. Affiancata e sostenuta da modelli economici completamente diversi, finalmente lungimiranti, più sostenibili, meno dogmatici, cinici e individualistici, attenti alle reali esigenze delle generazioni presenti e future. Diversamente, i circuiti criminali rimarranno sempre vivi, e noi saremo costretti ad aggiornare all’infinito le edizioni di questo rapporto, con le loro interminabili e opprimenti liste di danni e di vittime.

(Estratto dalla premessa di Ecomafia 2015.  Corrotti, clan e inquinatori, i ladri di futuro all’assalto del Belpaese)