Gennaio 2015

L’assalto alla green economy – estratto da Ecomafia 2014

Si chiama “Black out” l’operazione coordinata dalla procura di Brindisi che nel settembre del 2013 ha portato all’arresto di undici persone, all’emissione di 24 avvisi di garanzia e ha messo i sigilli a 27 impianti fotovoltaici per un valore di oltre 150 milioni di euro. Trentasette megawatt spalmati su 120 ettari di terreni tra i comuni di Brindisi, Tuturano, Francavilla Fontana, Torre Santa Susanna e Cellino San Marco. Un’indagine complessa, condotta da Guardia di Finanza, carabinieri del Noe e Corpo forestale dello Stato, che ha smascherato una gigantesca truffa per assicurarsi la bellezza di 300 milioni di incentivi statali a sostegno di impianti per la produzione di energia rinnovabile. Gli indagati, tra cui tre dirigenti dell’ufficio tecnico del Comune di Brindisi, sono accusati di associazione a delinquere, abuso edilizio e falso per aver messo in piedi un raggiro fondato sul classico principio della lottizzazione abusiva: suddividendo un’area in tanti piccoli appezzamenti da destinare a singoli parchi solari, avevano così dribblato la procedura prevista per gli impianti di grossa taglia e avuto facile accesso agli incentivi pubblici, quelli che la legge mette a disposizione dei piccoli impianti, quelli non superiori a 1 megawatt. Una prima tranche di finanziamenti, per 7 milioni di euro, era già stata incassata e messa al sicuro in società create ad hoc nei paradisi fiscali. Il resto sarebbe stato erogato di lì a poco tempo.
A finire nei guai otto società con sedi in Lussemburgo e nelle Isole Vergini. Latitante risulterebbe l’imprenditore spagnolo titolare del fondo lussemburghese Global Solar Fund, ritenuto il regista dell’operazione e già coinvolto in altre inchieste, tra cui quella della Tecnova, finita nel mirino degli investigatori per lo sfruttamento della manodopera di extracomunitari pagati pochi euro per lavorare in condizioni disumane.
Coinvolto nell’inchiesta anche l’imprenditore salentino Paride De Masi: noto per aver fondato un impero sulle energie rinnovabili con la sua Italgest, oggi vicina al fallimento, è indagato a piede libero.
Le intercettazioni hanno accertato che nonostante i lavori di messa in opera dei pannelli non fossero ancora terminati, le imprese avevano già presentato una falsa dichiarazione di fine lavori per ottenere i finanziamenti prima della scadenza: “Tu sai esattamente la responsabilità che abbiamo entro il 31 dicembre” dice al telefono un addetto della Tecnova al suo capo, che gli risponde “abbiamo già barato, la documentazione è lì…”.
Quella di Brindisi è solo una delle tante truffe, del malaffare che in questi anni ha pesantemente contaminato il mondo delle energie rinnovabili. Un settore strategico della green economy, fondamentale al nostro paese per affrancarsi dalle fonti fossili e per fronteggiare la crisi investendo su innovazione e tecnologie pulite, ma in cui, grazie alla deregulation che domina il mercato, comitati d’affari e cosche mafiose, spesso in joint venture, hanno messo a segno colpi formidabili a discapito delle imprese oneste.

L’allarme dell’Europaeuropol_logo_34
Anche l’Europol si è accorta della centralità del settore delle rinnovabili nel riciclaggio del denaro sporco e nelle frodi ai danni dell’Unione europea e ha cominciato a mettere a fuoco il problema. “Le informazioni raccolte – spiega nel suo rapporto del luglio scorso – rivelano che le organizzazioni criminali italiane investono sempre di più nei settori delle energie rinnovabili, in particolare nei parchi eolici, per profittare dei prestiti e dei generosi aiuti europei accordati agli stati membri, ciò che permette loro di ripulire i profitti delle attività criminali attraverso attività economiche legali”. La polizia europea ha così invitato gli europarlamentari ad alzare la guardia rispetto al pericolo di infiltrazioni criminali nell’industria energetica e le forze di polizia nazionali ad incrementare i controlli. Indagini sono state avviate su progetti in Italia, Germania, Bulgaria, Romania, Corsica e Isole Canarie ed è stato lanciato l’allarme di “un pericolo senza uguali” anche per l’inserimento di uomini legati alle cosche nelle liste delle elezioni europee 2014.
Particolarmente preoccupata è la Germania, tanto che la rappresentante al parlamento europeo del partito cristiano sociale bavarese, Monika Hohlmeier, ha così stigmatizzato il pericolo che le sovvenzioni che la Germania garantisce alle rinnovabili possano finire nelle mani delle mafie: “Non deve assolutamente accadere che i consumatori tedeschi finanzino addirittura la mafia attraverso il contributo pagato per l’energia prodotta da fonti rinnovabili”.

Dall’eolico al fotovoltaico: le inchieste in corso
Anche in questa edizione di Ecomafia, tiene banco la figura di Vito Nicastri, l’intermediario d’affari coinvolto in svariate inchieste su mafia e energie rinnovabili in Sicilia, in Campania e in Calabria.solar-cells-824691_640
Originario di Alcamo, in provincia di Trapani, Nicastri è considerato il deus ex machina degli affari sporchi nell’eolico e, ad aprile del 2013, si è visto confiscare beni per la ragguardevole cifra di 1 miliardo e trecento milioni di euro. Svolge il ruolo di sviluppatore, colui cioè che procaccia le autorizzazioni per gli impianti, che facilita, che negozia, che risolve problemi, che mette in collegamento imprese e politica. Ma che è a sua volta titolare di imprese, come la Eolica Mazzarone, nonché, dicono le carte dei magistrati, prestanome di altre, come la Esp eolica service srl di Alcamo. Per l’antimafia è uomo a servizio del boss superlatitante Matteo Messina Denaro, ma avrebbe legami anche con la mafia Palermitana (i suoi pizzini sono stati ritrovati nel 2007 nel covo dei Lo Piccolo, ndr) e con le ‘ndrine calabresi. Esiste una dettagliata informativa della Direzione investigativa antimafia del maggio 2011 che descrive i suoi “rapporti con la pubblica amministrazione”, in cui si fanno i nomi di due deputati regionali siciliani che avrebbero agevolato le autorizzazioni di Nicastri e addirittura fatto affari in società con lui
Arrestato nel 2012 con l’operazione Broken Wings (per aver tentato di offrire i propri servizi e favorire, dietro il pagamento di una mazzetta a un funzionario del genio militare, il “complicato” rilascio di alcune autorizzazioni all’imprenditore Salvatore Moncada, che denunciò il tentativo di estorsione), Nicastri è ora sottoposto alla misura della sorveglianza speciale ad Alcamo. In un’intervista catturata per strada dal giornalista Danilo Procaccianti per Presa Diretta di Rai tre, ha negato ogni rapporto con Messina Denaro, finanche di conoscerlo.
Posizione ribadita lo scorso gennaio, quando è comparso in aula a Catania nel corso del processo Iblis, che sta svelando l’intricato sistema economico-politico-mafioso legato al clan Santapaola e che ha condannato a sei anni e otto mesi l’ex presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo per concorso esterno e voto di scambio.
Anche qui, uno dei filoni del processo riguarda parchi eolici. Il “re del vento”, secondo l’accusa, avrebbe avuto a che fare con Santo Massimino, imprenditore ritenuto vicino a Cosa nostra etnea, nella gestione illegale del parco eolico dell’Ennese, tra i Comuni di Ramacca, Castel di Judica e Raddusa. “Ho conosciuto Massimino perché la sua ditta era quella scelta per trasportare i mezzi al cantiere – ha detto Nicastri ai giudici raccontando le loro occasioni di incontro – Prima non lo avevo mai incontrato e comunque non ero nemmeno io a scegliere la società che si sarebbe occupata del trasporto. Una volta indicatami, con questa avevo rapporti indiretti per coordinare i lavori… ma forse anche in cantiere, certo, può essere”. Massimino si sarebbe anche interessato per mostrare a Nicastri un terreno di 60 ettari a San Filippo di Agira: “Mi serviva per un progetto di fotovoltaico ma non era vicino a linee di trasporto di elettricità e quindi non se ne fece nulla”.
Per la Direzione distrettuale antimafia di Palermo, mafia e politica trapanese sono un binomio centrale anche nell’inchiesta Mandamento, che ha preso le mosse dall’operazione Eolo del 2009 sulla mafia di Mazara del Vallo, quella che nell’aprile 2013 ha visto esponenti del clan Agate, politici e imprenditori condannati in via definitiva in Cassazione.
Alla fine dello scorso marzo è arrivata la condanna con rito abbreviato a 12 anni di reclusione per associazione mafiosa ed estorsione per Santo Sacco, l’ex consigliere comunale e provinciale arrestato nel dicembre del 2012 dai carabineri dei Ros, paladino dell’antimafia e al contempo amico e sodale dei boss, che chiedeva il pizzo alla danese Baltic wind per un parco eolico e, intercettato, minacciava un imprenditore che non voleva pagare le mazzette. Tredici anni sono stati comminati all’imprenditore di Salemi Salvatore Angelo, titolare di decine di progetti per realizzare parchi eolici, fotovoltaici e impianti di biomasse in tutta la Sicilia, imputato nello stesso procedimento. Quattro persone hanno avuto la prescrizione, mentre due sono state assolte.
Un doveroso aggiornamento positivo: è finita con il proscioglimento dalle accuse da parte del Gup la vicenda dell’imprenditore Antonino Scimemi, sotto processo per le presunte infiltrazioni mafiose nella realizzazione del parco eolico di Salemi che, secondo le indagini dell’operazione Energia pulita, della procura di Marsala e della Guardia di finanza, avrebbe celato il riciclaggio di denaro sporco, tanto che alla fine del 2012 furono sequestrati i beni di Scimemi e dei suoi famigliari.
IMG_6256La Dda di Messina si sta occupando invece dell’inchiesta Zefiro, che indaga sulla realizzazione del parco eolico Alcantara-Peloritani: un impianto da 120 milioni di euro e 63 turbine nelle mani della Global energy services di Roma che nel 2009 aveva affidato i lavori in subappalto a due ditte locali, già finite nelle indagini dell’inchiesta Vivaio del 2008. Tra gli arrestati della prima ora, nel febbraio dello scorso anno, per concorso esterno in associazione mafiosa, truffa, estorsione aggravata dal metodo mafioso e concussione, anche il sindaco del Comune di Fondachelli Fantina, poi scarcerato. A fine ottobre il sostituto procuratore Giuseppe Verzera ha chiesto il rinvio a giudizio per l’imprenditore edile Santi Bonanno, specializzato nel movimento terra. Ancora al vaglio la posizione degli altri indagati. Gli investigatori ritengono che dietro l’impianto eolico ci siano gli interessi delle famiglie mafiose della zona per i cospicui finanziamenti regionali.
E’ la procura di Catanzaro a occuparsi delle infiltrazioni criminali nelle rinnovabili in Calabria. Anche qui, come in Sicilia, l’eolico fa gola ai clan e alle imprese illegali, è oggetto di truffe, false autorizzazioni, mazzette.
E’ approdata da poco nelle aule giudiziarie l’inchiesta Eolo, con dodici persone, tra imprenditori e funzionari regionali, rinviate a giudizio per corruzione, falso e abuso d’ufficio, mentre altre otto sono state assolte con rito abbreviato su richiesta della stessa Procura. Si tratta di uno dei filoni della maxi indagine che ha messo sotto la lente i parchi eolici della regione, un fascicolo partito dalla procura di Paola nel 2006, rimbalzato a Cosenza e quindi arrivato, sempre più corposo, a Catanzaro, sul tavolo del pm Carlo Villani. L’accusa ipotizza l’esistenza di un collaudato sistema di autorizzazioni (da qui i numerosi filoni in cui si articola il giudizio) rilasciate senza titolo a numerosi impianti eolici, tanto che tra gli indagati ci sono anche alcuni membri dell’ufficio VIA regionale. Un altro filone di Eolo riguarda il presunto pagamento di una tangente da 2 milioni e 400mila euro per la realizzazione del parco eolico Pitagora, a Isola di Capo Rizzuto, nel crotonese, e per l’adozione da parte della Regione Calabria delle linee guida sull’eolico. Gli otto imputati sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di associazione a delinquere, ma il processo, in cui Legambiente è costituita parte civile, non è ancora cominciato a causa di problemi procedurali (il Gup designato si è dichiarato incompatibile con la causa per pregressi pronunciamenti). Un terzo filone, infine, è stato “restituito” alla Procura di Cosenza per competenza territoriale, mentre per un quarto il pm ha chiesto l’archiviazione per le diciassette persone implicate.
Sempre a Isola di Capo Rizzuto si trova il parco eolico Wind Farm, che secondo gli investigatori della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro apparterrebbe alla famiglia mafiosa degli Arena. A luglio del 2012 la Guardia di finanza ha messo i sigilli alle 48 pale dell’impianto che, attraverso un’intricata rete di società a San Marino, in Svizzera e in Germania, sarebbe riconducibile al nipote del Nicola Arena. Nell’inchiesta sono indagate 31 persone, accusate di trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio, reati urbanistici e ambientali aggravati dalla modalità mafiosa. A novembre del 2013 una retata della polizia in Germania, impegnata in un’inchiesta internazionale sulla ‘ndrangheta per presunto riciclaggio di denaro, ha portato alla perquisizione degli uffici di una banca tedesca che avrebbe finanziato il parco eolico con 225 milioni di euro. Un mese dopo, a dicembre, la Guardia di finanza ha arrestato 13 persone, tra cui anche l’ex sindaco Carolina Girasole, accusata di “corruzione elettorale” per aver accettato il sostegno degli Arena in cambio di un atteggiamento compiacente nei confronti dei loro affari.
C’è poi l’inchiesta sul parco eolico di Caraffa, con il processo alle porte proprio mentre scriviamo queste pagine, che vede imputati per abuso d’ufficio, falso e abuso edilizio un funzionario regionale e due imprenditori, uno dei quali è Oreste Vigorito, l’uomo d’affari campano, patron del Benevento calcio e già presidente dell’Anev (Associazione nazionale energia del vento). Vigorito risulta ancora sotto processo anche ad Avellino, per l’inchiesta Via col vento, per la quale venne arrestato e poi scarcerato nel 2009, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata per aver indebitamente percepito contributi pubblici.
Risale all’aprile del 2013 la richiesta di rinvio a giudizio di nove persone indagate per abuso edilizio e minacce a pubblico ufficiale in riferimento alla costruzione dell’impianto eolico di Girifalco, sempre in provincia di Catanzaro. Tra queste, oltre agli imprenditori, l’ex sindaco e alcuni ex assessori. L’inchiesta, partita nel 2010 con il sequestro del parco, si basa su alcune irregolarità nella realizzazione dell’impianto (non sarebbero state rispettate le prescrizioni contenute nelle linee guida regionali) e sulla presunta minaccia da parte di sindaco e assessori alla polizia municipale che aveva effettuato i controlli dopo la denuncia di alcuni cittadini. Lo scorso aprile, il giudice si è dichiarato incompatibile e ha trasmesso gli atti all’ufficio del pm.
Lo scorso gennaio il Gup di Catanzaro ha deciso il rinvio a giudizio con l’accusa di corruzione, abuso d’ufficio e falso di dieci persone (per altre due è intervenuta la prescrizione) per le presunte irregolarità autorizzative per i parchi eolici della provincia di Cosenza. A giugno dello scorso anno, invece, è cominciato il processo che vede implicati funzionari comunali, imprenditori ed ex tecnici del nucleo Via della Regione, per le autorizzazioni al parco eolico di Borgia, rilasciate sulla base di “un progetto falso nel suo contenuto”. Ad aprile la sesta sezione penale della Corte di cassazione ha accolto il ricorso del pm contro il proscioglimento di quattro imputati (due funzionari regionali e due tecnici del Comune) per cui ha disposto una nuova udienza preliminare. Altri 35 sono invece stati rinviati a giudizio dallo stesso Gup.
Come ha sottolineato anche il pm Villani, su quasi tutti questi processi grava inesorabile il rischio della prescrizione a causa del lungo rimpallo delle inchieste tra le procure calabresi.
Se la Sicilia e la Calabria sono più esposte al vento, la Puglia pare aver puntato convinta sul solare: sono i parchi fotovoltaici di grandi dimensioni travestiti da piccoli impianti, infatti, a finire nel mirino delle Procure.
E’ il caso del mega parco di San Pietro Vernotico, in provincia di Brindisi, sequestrato ad aprile del 2012 dalla Guardia di finanza. Al processo per lottizzazione abusiva e violazione delle norme regionali a carico di 13 persone, nel 2013 Legambiente si è costituita parte civile. Ma quel giudizio oggi è stato azzerato per vizi procedurali e trasferito dalla procura di Brindisi a Roma, con il quasi certo destino della prescrizione. I reati contestati infatti risalgono al 2008, quando il ‘Gruppo Energia’ della società De Gennaro avviò la realizzazione di un impianto da 120 ettari, pari a circa 160 campi di calcio, e chiedendo fondi pubblici per complessivi 182 milioni di euro.
E’ del marzo scorso la condanna pronunciata dal gup di Lecce Vincenzo Brancato, con pene dai dodici ai quattro anni, per dieci imputati accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso nell’ambito dell’inchiesta Helios, condotta dai carabinieri dal 2009 al 2012. Tra questi il boss della Sacra corona unita, Salvatore Buccarella, dell’omonimo clan di Tuturano, colpevole di estorsione, furti e danneggiamento ai danni di alcuni imprenditori impegnati nella realizzazione di impianti per la produzione di energia alternativa nei comuni di Brindisi: S. Pietro Vernotico, Cellino S. Marco e Torchiarolo.
Alla fine delle indagini, la Procura non mancò di mettere in evidenza la scarsa collaborazione dei tanti imprenditori taglieggiati nel corso degli anni, in parte per le forti minacce subite dal clan, in parte perché collusi o addirittura complici e intermediari delle estorsioni a danno di altre aziende.
Infine, purtroppo, non mancano inchieste sulle rinnovabili anche in Sardegna, in Campania, in Basilicata e nelle Marche. E il copione è sempre lo stesso. A dimostrazione che in Italia, la deregulation, da un lato, e la eccessiva burocratizzazione, dall’altro, hanno creato ampi spazi perché le holding criminali si infiltrassero facilmente nell’affare delle energie pulite. Con l’esito che, almeno fino all’intervento della magistratura, molte società illegali e i grandi gruppi hanno prosperato, mentre chi voleva investire legalmente e costruire una filiera industriale italiana, spesso è stato cacciato dal mercato o ha fallito.
Legambiente, nelle pagine del rapporto Ecomafia, ha sempre raccontato e continuerà a raccontare le storie dei parchi eolici dei clan, così come le vicende di corruzione che hanno inquinato anche il settore dell’energia solare. Convinta che si debba sempre distinguere tra affari sporchi e affari leciti, senza bieche strumentalizzazioni da parte di chi vorrebbe affossare, magari in nome di un sedicente ambientalismo, le energie rinnovabili. Convinta che, per affermare un sistema energetico basato sulle fonti pulite, unica valida alternativa alle fonti fossili e vera ricetta per dare un futuro sostenibile al nostro Paese, sia necessario un sistema di regole chiaro, trasparente e controllato, capace di contrastare i fenomeni d’infiltrazione e di condizionamento mafioso.

Il caso Moncada in Sicilia
Una vicenda esemplare, che racconta come ostacoli burocratici, tentativi di concussione e deregulation hanno messo in forte difficoltà soprattutto le aziende che si muovono nella legalità, è quella della Moncada energy group. A metà degli anni duemila Salvatore Moncada realizzava parchi eolici acquistando turbine fabbricate in Danimarca e Spagna, ma il suo sogno era quello di produrre una filiera completa che chiudesse il cerchio nella realizzazione e gestione dei suoi impianti. Così mandò due giovani ingegneri siciliani a studiare in Danimarca e questi, una volta tornati, progettarono un prototipo di aerogeneratore “made in sicily”. Nel 2008 comprò la tecnologia necessaria e mise in piedi una fabbrica a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. Purtroppo, l’impianto non entrò mai in produzione perché, nel frattempo, il neo governatore Lombardo, sventolando la bandiera dell’antimafia, decise che l’eolico – già colpito dalle prime inchieste della magistratura – andava bloccato e che bisognava invece favorire la diffusione del solare fotovoltaico. Moncada allora spostò lì il suo interesse, continuando a Illudersi che si potesse davvero realizzare una filiera completa: nel 2009 costruì a Campofranco un impianto per la produzione di pannelli fotovoltaici, convinto ancora una volta di voler andare oltre la semplice vendita agevolata dell’energia, portando in Sicilia la produzione delle macchine e degli impianti. A quel punto, l’azienda contava oltre 300 dipendenti diretti e 400 impiegati nell’indotto, tra questi molti tecnici altamente specializzati e un centinaio di ingegneri. Con i pannelli prodotti sono stati installati 21 impianti per un totale di 40 megawatt. Ma presto logiche politiche differenti portarono la Regione a fermare decine di progetti in tutta l’Isola e nel biennio 2011-2012 i governi Berlusconi e Monti bloccarono completamente lo sviluppo dei grandi e medi impianti in Italia. Moncada oggi ha chiuso la fabbrica di Campofranco e tutte le sue attività in Sicilia, dove sono rimasti solo 37 dipendenti, e sta realizzando impianti in Bulgaria e Sudafrica.
Alla fine, a Salvatore Moncada non sono mancati nemmeno i riflettori delle Procure. A febbraio, la Guardia di finanza di Agrigento ha messo i sigilli a un suo impianto fotovoltaico perché realizzato “con le carte truccate”. La Procura contestava la costruzione di un impianto industriale a fronte di licenze che consentivano invece di realizzare serre integrate con pannelli fotovoltaici per l’allevamento e la coltura biologica. Un mese dopo, l’impianto di Serre Narbone e i conti della società Solar Farm srl sono stati dissequestrati dal tribunale che ha accolto le tesi della difesa ravvisando la “carenza del fumus commissi delicti in relazione ai reati di lottizzazione abusiva e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche fondanti la misura cautelare”, ossia mancavano indizi e prove che fosse stata aggirata la legge.
Vale la pena ricordare che Moncada nel 2009 fece arrestare alcuni membri della famiglia mafiosa di Cattolica Eraclea, tra cui il boss Domenico Terrasi, condannato nel luglio del 2013 in via definitiva a 12 anni e otto mesi per associazione mafiosa. Era l’operazione Minoa, condotta dalla Dda di Palermo sui tentativi di Cosa nostra di infiltrarsi nella realizzazione di un parco eolico della Moncada Energy, spostato poi altrove dall’imprenditore agrigentino dopo aver denunciato le pressioni ricevute.
Nell’ottobre del 2013, una lettera aperta di Legambiente Sicilia al presidente della Regione Rosario Crocetta e agli assessorati all’Energia, all’Ambiente e ai Beni culturali metteva in luce proprio i guasti causati dall’assenza di un seria politica energetica, tale per cui la Sicilia è passata in pochi anni dalla deregulation del governo Cuffaro, al fermo delle autorizzazioni del governo Lombardo, che non ha fermato il business delle mafie e al contempo ha rafforzato il ruolo parassitario dell’intermediazione politico mafiosa, all’attuale impasse dovuta a un dibattito sterile e ideologico, per nulla o poco concentrato sulla necessità di dotarsi di un piano capace di contemperare tutela del paesaggio e rivoluzione energetica. Anche perché i bruschi e improvvisi “cambi di rotta” della politica siciliana non hanno certo ridotto il peso della criminalità, ma hanno dimostrato la grande capacità di adattamento delle imprese mafiose, che solo le indagini della magistratura sono riuscite in alcuni casi a fermare. Così, mentre Moncada e molti altri venivano bloccati, Nicastri faceva affari d’oro.

(Aggiornato al 10 maggio 2014)