Gli affari delle mafie nei centri commerciali: tra riciclaggio e consumo di suolo

carts-419237_640Da alcuni anni, tra i settori economici dell’Ecomafia, Legambiente annovera anche gli interessi delle cosche nella grande distribuzione organizzata e nei supermarket. Accade spesso, infatti, che gli inquirenti trovino “i negozi” tra le attività che le famiglie criminali prediligono per investire e ripulire denaro di provenienza illecita, ma anche per affermare il proprio dominio sociale ed economico su un territorio. Perché aprire grandi superfici di vendita significa conquista e cementificazione di suolo, quasi sempre agricolo trasformato a suon di varianti urbanistiche; significa trasformare le città, svuotando i centri storici e fiaccando il tessuto produttivo locale. Allo stesso tempo permette il controllo dei cantieri edili, quello delle assunzioni e quello delle attività commerciali, dall’utilizzo di costruttori “amici” fino all’imposizione dei prodotti da vendere sui banchi. Infine, niente come le casse di un supermercato lava ogni giorno quantità impressionanti di denaro sporco.

E’ un business che tiene insieme la modernità degli investimenti commerciali e la disponibilità delle terre, ora non più da coltivare, ma da ricoprire con colate di cemento. E non solo nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa, quello della Gdo è ormai un settore stabilmente inserito nel carnet dei clan, al Sud come nelle regioni del Nord. Non ci si limita a chiedere il pizzo, ma si diventa uomini d’affari a tutto tondo: con la complicità di prestanome e imprenditori compiacenti, la mafia occupa uno spazio sempre maggiore nell’economia legale, entra nei capitali delle imprese, ha i suoi supermercati.

Dopo aver raccontato le tante vicende intorno alla Gdo in Sicilia, in Calabria e in Campania, grazie alle inchieste antimafia condotte dalle Procure di Torino e di Milano,  nel 2012 abbiamo cominciato a scandagliare anche il “profondo nord”, invertendo la prospettiva.

In Lombardia, Piemonte e Veneto i grandi shopping center mangiavano suolo agricolo e periurbano già negli anni Ottanta, ma per molto tempo nessuno aveva messo in relazione quelle operazioni immobiliari con la presenza delle mafie. Aperto il vaso di pandora con le maxi-inchieste sul radicamento delle ‘ndrine calabresi in pianura Padana, ecco venire a galla un diffuso e radicato sistema di relazioni pericolose tra politici locali e clan a base di corruzione, appalti truccati e speculazioni edilizie: i primi garantiscono che una volta eletti favoriranno gli affari dei secondi, questi in cambio si fanno carico della loro campagna elettorale. Ma è stato perso troppo tempo, almeno vent’anni. Quelli in cui parlare di presenza delle mafie era considerato un tabù e intanto loro lavoravano con il movimento terra e le imprese edili impegnate nella costruzione delle decine di ipermercati che hanno colonizzato il Nord Italia ben prima che le regioni del sud.