Luglio 2014

Reggio Calabria. Clan Alampi gestiva rifiuti dal carcere

Nel reggino, neppure il carcere e i sequestri sono riusciti ad allontanare le mani delle cosche dal business dei rifiuti. E’ quanto emerge nell’ambito di un’importante indagine della Dda di Reggio Calabria sfociata nell’ arresto di 24 persone tra la Calabria, il Veneto e la Francia. Si legge nell’ ordinanza cautelare che il boss Matteo Alampi, sebbene detenuto, continuava a fornire all’ esterno le indicazioni e gli ordini su come gestire le imprese “Edil Primavera” e “Rosato Sud”, attive nel settore dei rifiuti. Il tutto grazie alla complicità del commercialista Rosario Spinella, nominato dal Tribunale amministratore giudiziario delle due aziende dopo che, nel 2007, le stesse erano state sequestrate agli Alampi nell’ ambito dell’operazione “Rifiuti spa”. Secondo gli inquirenti, Spinella lasciava che gli Alampi effettuassero tutte le scelte strategiche delle società. Dalle indagini sarebbe addirittura emerso che “don Giovannino”, padre di Matteo Alampi, non solo era presente sui cantieri ma disponeva di uomini e mezzi godendo di massima libertà decisionale. Facendo leva su un sistema di sovrafatturazione delle prestazioni, il manager avrebbe, poi, creato un fondo occulto dal quale i soldi confluivano direttamente nelle mani della “famiglia”. Oltre al commercialista,sono finiti in manette anche gli avvocati Giulia Dieni e Giuseppe Putortì, legali storici del boss, coinvolti nell’indagine per aver fatto da tramite tra il capocosca e i suoi sodali approfittando dei colloqui in carcere. Grazie a questa fitta rete di legami ed infiltrazioni, gli Alampi hanno quindi continuato a prosperare in un settore delicato come quello della gestione delle discariche e dei servizi all’ecologia. In particolare, gli interessi della cosca gravitavano attorno alla gestione di diverse discariche in Calabria divenute teatro, per gli Alampi e le altre cosche reggine, di accordi e spartizioni milionarie. Le accuse contro gli Alampi vanno dall’aver truccato gli appalti, all’ aver turbato la libertà degli incanti, fino all’intestazione fittizia di beni e sottrazione di cose sottoposte a sequestro, con l’aggravante delle finalità mafiose.